L'indiano metropolitano #6 - Piazza Fontana, 51 anni e 1,8 milioni di pagine dopo

Questo è un porto franco in zona rossa

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Newsletter numero 6

  • “Lo Stato della strage”, il monumentale lavoro di Massimo Pisa

  • L’arte perduta dell’attacchinaggio, di Daniele Leppe

  • Una letterina per Andreotti


Lo Stato della strage: 1,8 milioni di pagine per capire Piazza Fontana

Massimo Pisa è un collega di Repubblica, ha 45 anni, lavora a Milano ed è un giornalista di quelli versatili, che possono scrivere bene di tutto. Nel corso degli anni si è specializzato in cronaca nera e sport.
Ha da poco pubblicato un libro imponente, Lo stato della strage - 1969: i precedenti, le bombe, il contesto italiano e internazionale (Biblioteca Clueb, qui potete leggere un estratto). Sono le prime 1.104 pagine, perché poi verranno altri tre libri per completare la “saga”; la strage di Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, è al centro di tutto, ma come si vedrà il filo delle bombe di quegli anni è uno.

Ovvero un patto scellerato tra pezzi di Stato e neofascismo per porre le condizioni necessarie ad una svolta autoritaria, unico terreno possibile per fermare l’ascesa delle sinistre in un momento storico di lotta e partecipazione diffusa.

«Fai finta che ti occupi di nera - dice Pisa - c’è un caso di omicidio, ne scrivi per il giorno seguente, poi fai lo stesso dopo due giorni, poi si arriva al processo, e insomma, man mano vai avanti. Passano gli anni e hai la possibilità di vedere tutti i documenti di 50 anni che hanno scandito l’evento. Li metti in fila: sono 1.850.0000 pagine di documenti, cercati, trovati e studiati.

Stai dicendo che le oltre mille pagine del volume sono anche poche…
«Sì, la proporzione di per sé è già piccola. Nel libro si raccontano i fatti come se non li conoscessi, come se non ne sapessi nulla. È una cronaca».

Quando comincia la cronaca?
«Prendo un punto di inizio, l’aprile del ‘69, dalla prima volta che scoppiano due molotov in piazza Fontana: furono due fascisti che le lanciarono a dei passanti che stavano leggendo i tazebao fuori dall’Hotel Commercio, che era stato occupato e trasformato nella casa del lavoratore e dello studente dai gruppi della nuova sinistra. L’allora consigliere comunale socialista Bettino Craxi ne aveva chiesto sgombero e abbattimento. Comunque, quelle due persone prese di mira vengono salvate dalle fiamme con delle coperte».

Facciamo un passo indietro: questa mole impressionante di carte da dove arriva?
«I documenti dei procedimenti di Piazza Fontana li ha l'associazione delle vittime di piazza della Loggia a Brescia; poi c’è materiale dell’archivio di Stato di Milano, tutto ciò che riguarda il caso Calabresi, la morte di Pinelli, Gladio, la morte di Feltrinelli; gli atti del processo di Brescia, sempre per piazza della Loggia, è interessante perché lì si trovano un sacco di collegamenti e trame su Piazza Fontana che nel procedimento su Piazza Fontana non entrano; poi, archivio della Digos, dei carabinieri a Milano e Padona; archivio di Stato a Roma, la documentazione declassificata da Renzi; infine archivi di Stato francesi, inglesi e americani. Tutto lo scibile umano. Ne è venuto fuori un lavoro enorme, proposto a 13 case editrici prima di venire pubblicato».

Perché questa mania per Piazza Fontana?
«Ho sempre letto con interesse ciò che riguardava quegli anni. Poi alcuni episodi personali e di lavoro avvenuti negli anni mi hanno fatto accrescere la passione. Una volta intervistai il questore di Milano per il 40esimo anno dalla morte di Luigi Calabresi, Marangoni, gli chiesi se non fosse il caso di chiedere scusa anche alla famiglia Pinelli, “beh forse sì” mi rispose, ma non fece nulla; poi una volta diventato prefetto invitò Licia Pinelli e le figlie in prefettura per un caffè. Andai a cercare le persone ancora vive che erano in quella stanza la notte dell’interrogatorio al ferroviere anarchico, l’ex brigarediere Panessa e il tenente dei carabinieri Lograno: Panessa mi aprì la porta per dirmi che semplicemente Pinelli si era suicidato, Lograno invece si negò. Poi morì Dario Fo, andai ai funerali per il giornale, e mi vebbe in mente di chiedere i suoi fascicoli in questura e ai carabinieri, documenti riservati: da lì nasce l’articolo sull’attenzionato speciale Fo. Insomma per farla breve, alla fine mi sono fatto scappare la mano».

Lo stato della strage è un doppio senso?
«Ovviamente sì. È un “a che punto siamo”, ma anche un riprendere e insieme ribaltare uno slogan, quello della strage di Stato, che ci fa rimanere inchiodati agli anni ‘70».

Lo Stato della strage è più grave ancora.
«È così. A distanza di anni, guardando le cose con distacco, sappiamo come davvero funzionava quello Stato, con i singoli apparati che lo componevano, come si muovevano e come sono stati coinvolti in altre stragi di quegli anni».

Tra la miriade di documenti, c’è un inedito che accende una nuova luce su cosa accadde?
«Ciò che succede nei primi cinque giorni a seguito della bomba è sempre stato avvolto in una nebulosa. Si sa, in soldoni, che fu fatta esplodere perché si voleva arrivare ad un colpo di Stato e poi però non ce la fecero a portare a termine il piano. In un documento del 13 dicembre, il giorno seguente, c'è l'arma dei carabinieri che chiede la mano dura, trova nei sindacati, nei socialisti e nel ministro della sinistra dc Donat-Cattin i colpevoli di aver creato il clima della strage. Il generale Verri della divisione Pastrengo dei carabinieri, colui che comanda un terzo dei componenti dell’arma, chiede in pratica la messa al bando non solo della sinistra extraparlamentare e del Pci, ma anche del Psi. Il vero colpevole da trovare era Giangacomo Feltrinelli ma non ci riescono per tutta una serie di motivi. Il risveglio della coscienza democratica è solo lo sfondo che non permette al colpo di Stato di passare, è dentro gli apparati che la strategia si arena. Non riescono a confezionare l’assalto del Reichstag e allora trovano delle soluzioni di ripiego, dall’arresto di Valpreda alla morte di Pinelli, una morte di Stato, la quale serve a creare un mostro che però dall’indomani mattina si scopre che aveva un alibi e una personalità incompatibile con il terrorismo.

Il ruolo della politica ufficiale e di governo, in questa trama, qual è?
«Dai documenti li vediamo solo in superficie, ovviamente scossi, ma tre giorni dopo la strage si mettono a discutere del nuovo Quadripartito. Un anonimo - ad altissimo livello di intelligence - invece dà incarico a Moro di capire se per caso i colonnelli in Grecia c’entrano qualcosa con la strage, lui fa capire di non avere riscontri. Comunque il punto è che quando si parla della grande cospirazione si sbaglia: è tutto più dilattentesco, ognuno giocava la propria partita in autonomia».

Nel retro di copertina si fa riferimento a chi mostrò “ribellione a meccanismi infernali”, c’è una persona in particolare che si ribellò a queste trame?
«Licia Rognini Pinelli, persona alla quale la Repubblica dovrebbe intitolare luoghi e monumenti dalla Camera in giù. Viene svegliata in piena notte dai cronisti, le dicono che il marito è caduto dal quarto piano della questura, non sa nulla sul suo reale stato di salute. Se lo ritrova morto e con un questore che di fatto lo spedisce sulle prime pagine dei giornali come il colpevole. Questa persona non piange una lacrima e denuncia le istituzioni dello Stato sin dal primo giorno, combatte una battaglia che ha sì raccolto una rete di vasta solidarietà, ma lo decide lei, da sola, appena sa della notizia. E il suo pezzo di verità cambia la verità complessiva di Piazza Fontana. Lei è il simbolo della ribellione alla ragione di Stato criminale».

Quanto peso ha avuto la controinformazione della sinistra extraparlamentare nel denunciare coperture, connivenze e tentativi di depistaggio?
«Qui bisogna sfatare un mito. La vera controinformazione la fecero i giornali e i giornalisti. Che fu una “strage di Stato” lo dicono subito gli anarchici di Ponte della Ghisolfa, ma più come riflesso condizionato, facevano contropropaganda. Chi si va a cercare il bar dove Pinelli giocava a carte, trovandogli l’alibi, chi si mette a verificare le notizie date dalle forze dell’ordine dal giorno uno sono i giornalisti del Giorno, di Paese sera, dell’Unità, dell’Avanti, pure della Nazione che non era certo un quotidiano di sinistra. Uno come Giampaolo Pansa, per dire, è uno schiacciasassi che giorno dopo giorno smonta le tesi ufficiali. Ha fatto più la “borghese” Camilla Cederna o Corrado Stajano della Rai che tutta la controinformazione messa insieme. Solo che oggi si ricorda e viene preso a paradigma soprattutto il Corriere della Sera, che oggettivamente lavorò malissimo».

Fu un problema di qualità giornalistica del Corsera?
«C'era una linea ben precisa da tenere, era un giornale del potere che aveva fonti privilegiate in quelle stanze. Il famigerato Giorgio Zicari, inviato, è sempre passato per essere un infiltrato dei servizi segreti, fungeva da buca delle lettere di quelli che volevano Valpreda colpevole. Alberto Grisolia, che il giorno dopo sul Corriere fa un parallelismo tra un attentato anarchico del 1921 e Piazza Fontana era un giornalista pagato dall'ufficio affari riservati».

Il livello di infiltrazione tra i giornalisti era molto alto?
«I casi sono molti, alcuni lo fanno per soldi, altri per semplice anti-comunismo o “patriottismo”, vengono cercati e creati contatti in gran parte con chi lavora in testate moderate e di destra. In tribunale un giornalista di Avvenire a libro paga del Sid avverte i servizi sul come sta procedendo l’inchiesta di D'Ambrosio. Ricordo che Pino Rauti era un giornalista del Tempo e fu proprio il Tempo a fornirgli un alibi quando viene arrestato come mente dei nazifascisti di Ordine Nuovo. Si parla di una sua partecipazione ad una riunione strategica preparatoria all’attentato a Padova, il giornale però lo copre, assicurando che “era qui con noi a Roma”. Comunque, anche il Pci aveva un infiltrato, la fonte Campogrande da Botteghe Oscure, non si è mai saputo chi fosse».

Il questore di Milano Guida era notoriamente un fascista, si narra che Pertini non ne volle mai stringere la mano, è così?
«Beh, Guida era stato il direttore del carcere di Ventotene, quello del suo confino. Il problema è che in quegli anni quasi tutti i questori e prefetti venivano da quella esperienza di regime. Così anche i magistrati. Quei pochi che invece avevano fatto la Resistenza, anche da membri del Partito d’azione, non per forza socialisti o comunisti, venivano spiati e osservati nel loro lavoro. Sposterei un po’ l’attenzione però, erano ex fascisti che però in quel momento servivano la causa atlantica».

Nei documenti stranieri cosa si legge invece?
«L’ambasciata inglese prendeva contatti con chiunque, dal notista politico famoso a Luciana Castellina del Manifesto, e danno una lettura lucidissima dei fatti: chiamano “grottesca farsa” quella di Valpreda, una farsa “all'italiana”. I francesi avevano lavorato molto sugli anarchici, seguivano una loro cittadina, la ex modella corsa Eliane Vincileoni, cercavano connessione tra anarchici e attentati e non li trovarono. Dai dispacci americani si capisce che in generale Usa e Italia non erano così in sintonia, l'amministazione Nixon era la prima a tagliare la presenza militare in Europa, per questo erano in lite con Rumor, perché volevano tagliare le basi a Vicenza e Livorno, il che significava minor difesa e migliaia di posti di lavoro: anche lì, è tutto molto più complesso della vulgata classica».

Esiste qualcuno che mosso dalla coscienza alla fine ha vuotato il sacco, o almeno ci ha provato?
«Ci sono delle persone che tra mille ripensamenti, tentativi di corromperli per non farli parlare, richieste di cambio di identità e così via, ci provano. Sono tre: Carlo Digilio, fonte “Erodoto” dell'intelligence americana; Martino Siciliano, vicino al neofascista Zorzi; Gianni Casalini, un figlioccio di Freda, altro neofascista, che nel 2000 va in aula e dice che è stato lui a mettere la bomba; in realtà anche Giovanni Ventura, colonna neofascista trevigiana, aveva parlato e praticamente confessato, poi però scappò in Argentina».

E dei depistatori?
«Il capitano Antonio Labruna, che fu condannato per depistaggio, andò a portare dei documenti e a svelare qualche altarino, solo che era dal ‘71 nei servizi, quindi entrò dopo la strage. Ha spiegato alcuni funzionamenti, corredando il tutto con una valigia piena di documenti. Poi altri due agenti, a metà anni ‘90. Pino Mango e Guglielmo Carlucci. Ma comunque Piazza Fontana è una storia infernale, una matassa infinita, pensi di aver composto il puzzle e poi c’è sempre qualcosa fuori posto e se sei onesto lo devi rifare da capo».

Perché occuparsi e anche lasciarsi ossessionare da un qualcosa avvenuto 51 anni fa?
«Perché gli ultimi 51 anni sono stati condizionati da allora. L’anti-comunismo rimane ancora una benzina e una ragion di Stato che giustifica qualsiasi cosa. Casapound, o anche la Lega, che continuano impunemente a riprodurre quelle stesse pulsioni, e con connivenze simili: parliamo dello stesso filo. Se continuiamo a lasciare aperte le ferite, senza sanarle mai, quelle sulla democrazia e sulla forza delle istituzioni rimangono solo formulette magiche».

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L’arte perduta dell’attacchinaggio
di Daniele Leppe*

(Premessa veloce: se siete appassionati degli argomenti di questa newsletter, non potete non avere amico Daniele Leppe, perlomeno su Facebook. Spesso scrive ricordi di un’epoca gloriosa, con un misto di malinconia e romanticismo. Quanto al racconto qui sotto, aggiungo solo che ho vissuto diversi anni a Roma in un quartiere vicino al suo; da iscritto alla sezione di Rifondazione comunista di Torpignattara i miei attacchinaggi notturni con i compagni me li sono fatti ma con mio sommo dispiacere la missione era anche quella a coprire con i nostri i manifesti di Sinistra e Libertà e, se non ricordo male, del Partito comunista dei lavoratori)

Per quanto a distanza di anni possa apparire come una cosa anacronistica, ricordo ancora con piacere la meticolosità con la quale si veniva instradati, nelle sezioni del Pci, all’arte dell'attacchinaggio.

Nella mia sezione, composta in gran parte di edili, manovali e operai, l’organizzazione di un attachinaggio era una attività meticolosa e scientifica che iniziava con la pratica di arrotolare i manifesti in maniera precisa, la preparazione della colla - senza grumi - come se dovessimo attaccare della carta da parati, la pulitura delle marzocche, la scelta delle zone più visibili dove attaccare i manifesti, cui faceva seguito l'uscita del gruppo di compagni addetti all’attachinaggio.

La fase più difficile, almeno per me, giovane figgicciotto, consisteva nel riuscire ad attaccare “correttamente” un manifesto sul muro, sotto il controllo vigile di compagni imbianchini, senza urtare la loro arte e perizia. Per fare ciò, andava innanzitutto studiato il livello di porosità delle mura dei palazzi per capire le quantità di colla da usare. Una volta passata la colla, si prendeva il rotolo dei manifesti nelle mani, lo si appoggiava sul muro e lo si strotolava dall’alto verso il basso. Questa era la fase più difficile. Il manifesto doveva essere attaccato perfettamente dritto, senza bolle d’aria interne che, nel momento in cui si passava sopra la marzocca, potevano provocare delle pieghe, che “rovinavano” la lettura del manifesto.

C’erano poi delle accortezze da seguire. I quattro angoli del manifesto, ad esempio, andavano curati con particolare attenzione perché, qualora si fossero formate delle orecchie verso l'esterno, queste potevano essere usate dagli avversari di staccare i nostri manifesti! La violazione di una solo di queste regole aveva come suo portato la necessità di staccare il manifesto (tutto intriso di colla) per poi riattacarlo, con le mani, in maniera perfetta. A seconda dell’importanza dell'attachinaggio, si usciva solo con le marzocche, con le scope o, in alcuni casi eccezionali, con la scala.

Parlare oggi di queste cose appare ridicolo, ma la predominanza nei quartieri dei manifesti di una parte piuttosto che di un’altra, segnava, in certo qual modo, l’egemonia politica di un partito su un territorio. A Roma, poi, c’erano confini non scritti che impedivano ai fascisti di attaccare i loro manifesti in determinati quartieri, fra i quali il nostro. È per questa ragione, per non vedere messa a rischio la nostra egemonia politica a villa Gordiani, che ricordo ancora che l’anno delle elezioni comunali che vedevano sfidarsi Rutelli contro Fini, passai tutta la notte del giovedì prima delle chiusura della campagna elettorale in macchina con il compagno Stefano Fredda a controllare, in giro, che i fascisti non attaccassero i loro manifesti sui muri del nostro quartiere. Era un’onta che allora come adesso non potevamo tollerare.

Sono passati tanti anni, sono cambiate le forme di comunicazione, siamo invecchiati, ma quando vedo un manifesto fascista appeso per le vie del mio quartiere, trovo sempre il modo per andare a staccarlo. I vecchi vizi non si perdono mai.

*avvocato, un passato nel Pci, assiste lavoratori e collabora con i sindacati. Si occupa di diritto alla casa e fa parte dell’associazione “Nonna Roma”

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Memorabilia #6

Visto che siamo in tema di trame, allego qui una cartolina che mi è stata girata dall’insostituibile Guglielmo Spettante, cuore e memoria militante della Democrazia proletaria milanese. Opera dell’allora giovanile del partito, negli anni ‘80. Andava semplicemente spedita a Giulio Andreotti. Si chiedeva “verità sui politici collusi con la mafia”: la stagione dei legami indicibili con l’eversione nera era finita, adesso la collaborazione di un pezzo di Stato si era spostata altrove.


Arrivederci alla prossima settimana!

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